Sai cosa può distruggere la tua startup anche dopo aver validato? Una cattiva divisione delle quote tra i co-founder
La divisione delle quote tra co-founder è un aspetto spesso trascurato nelle fasi iniziali. In questo articolo mostrerò come, in Peekaboo, consigliamo di dividere le quote in modo equo. Così si lavora meglio e, soprattutto, si evitano conflitti. Come si dice: “patti chiari, amicizia lunga”.
Di solito, però, prevale l’entusiasmo. Ci si concentra sul progetto e si rimandano gli accordi tra co-founder. In termini legali parliamo di Patti Parasociali (Co-Founder Agreement), che integrano lo statuto della società. Tra questi, la parte più critica riguarda proprio la divisione delle quote.
PERCHÉ È COSÌ IMPORTANTE DIVIDERE LE QUOTE NEL MODO GIUSTO?
Le quote dell’azienda sono il vero asset per un imprenditore. In genere, i founder puntano a una vendita (Exit) o alla quotazione in borsa (IPO). È lì che si capitalizza l’investimento fatto dalla nascita della startup.
Lo stipendio, se c’è, serve solo a coprire le spese. Nessuno si arricchisce con la busta paga di una startup; se cerchi quello, meglio una carriera manageriale.
Le quote restano il tuo principale patrimonio. Più crescono le metriche di mercato (fatturato, contratti, utenti attivi, ecc.), più aumenta il valore della società. Potrai quindi liquidarlo nel momento migliore.
Inoltre, la divisione delle quote influenza il commitment del team. C’è una correlazione diretta: più la ripartizione è percepita come equa, più la motivazione resta alta. Di conseguenza, i founder si impegnano di più e più a lungo. Per fidelizzare nel tempo, esiste anche il vesting, che vedremo tra poco.
LA MIGLIOR DIVISIONE DELLE QUOTE TRA CO-FOUNDER
Dall’esperienza nei programmi di pre-accelerazione Peekaboo, vediamo che i founder spesso non affrontano il tema. Quando lo fanno, non sanno come procedere.
Online circolano consigli fuorvianti. Possono, da soli, compromettere la startup. In particolare, alcune valutazioni portano a divisioni non eque e abbassano le probabilità di successo.
Argomentazioni frequenti (ma deboli)
Sono stato io ad avere l’idea;
Ho iniziato a lavorare N mesi prima;
È ciò che avevamo concordato;
Il mio co-founder ha percepito uno stipendio e io no;
Lavoro full-time da N mesi in più;
Sono più anziano o più esperto;
Ho trovato il co-founder dopo il primo round;
Ho coinvolto il co-founder dopo l’MVP.
Perché non funzionano
Servono 7–10 anni per creare un’azienda di grande valore. I primi mesi contano poco in quell’orizzonte, quindi non possono pesare troppo sulle quote.
Inoltre, più equità = più motivazione. Le startup falliscono spesso; un team motivato aumenta le chance di farcela.
Infine, gli investitori leggono la ripartizione del capitale come un segnale. Se un co-founder ha una quota minima, penseranno che non sia determinante. E questo può frenare l’investimento, soprattutto all’inizio, quando conta la qualità del team.
Ricorda: il valore sta nell’execution, non nell’idea. Dare troppe quote a chi ha ideato penalizza chi deve portare l’idea sul mercato e generare traction.
In sintesi: l’equity andrebbe divisa il più possibile in parti uguali, perché il lavoro pre-costituzione pesa poco rispetto a ciò che vi aspetta.
CONSIGLI PRATICI PER LA DIVISIONE DELLE QUOTE
Il consiglio è semplice: dividete le quote in modo equo. Se proprio c’è stato un lavoro pregresso rilevante, si può riconoscere al massimo un +5% a chi ha avviato l’idea.
Condividere equamente è cruciale anche sul piano umano. I co-founder saranno i tuoi compagni di viaggio per anni. Passerete insieme più tempo che con famiglia e amici. Dividerete successi e fallimenti. Dunque, se non siete disposti all’equità, probabilmente quello non è il co-founder giusto.
L’ABBANDONO DEI CO-FOUNDER: UN PROBLEMA SERIO
Stabilire una ripartizione equa è necessario, ma non sufficiente per garantire coinvolgimento e commitment. In Silicon Valley la prassi per motivare i founder nei primi anni è il vesting. Vediamo cos’è.
Perché è un rischio concreto
All’inizio, l’asset chiave è il tempo dei founder e le loro competenze. La società, però, rischia che uno o più soci lascino il progetto.
Se la società è già costituita e le quote sono assegnate, recuperarle è quasi impossibile. La startup perde così una “gamba” nella sua maratona a ostacoli.
Esempi tipici di abbandono
Un’offerta di lavoro interessante, un nuovo progetto, un trasferimento, motivi personali. Accade più spesso di quanto si pensi, complice lo stress e l’assenza di remunerazione. Ho visto molte startup fallire per questo.
Impatto sugli investitori
Anche gli investitori sono restii a finanziare una startup mutilata. Un team incompleto riduce drasticamente le probabilità di execution.
IL VESTING: UNA CONTROMISURA PER QUESTO PROBLEMA
Il vesting è la soluzione. Attribuisce le quote in proporzione al tempo di lavoro nella startup. Lo standard è 4 anni.
Come funziona in pratica
Immaginiamo due co-founder, Marco e Andrea, con 50% ciascuno.
Se uno lascia prima del primo anno, non matura quote (cliff).
Dopo 12 mesi, ciascuno matura il 25%.
Dal mese 13 in poi, matura 1/48 ogni mese fino al 100% al termine del quarto anno.
Standard di mercato
Il vesting si può adattare al numero di founder o alla durata. Tuttavia, i 4 anni sono ormai lo standard per founder e investitori. Con il vesting, infatti, è più probabile conservare gli asset critici nelle fasi iniziali.
CONCLUSIONI
Abbiamo visto l’importanza di dividere le quote in modo equo e come il vesting aiuti a distribuirle in modo intelligente nel tempo.
Se tieni alla vita della tua startup, metti in pratica questi principi e raccontaci se l’articolo ti è stato utile.
Ci vediamo di là, dove si fa innovazione sul campo!



